Cipro, le banche e l’Europa

La vicenda di Cipro è un nuovo esempio dei problemi di governance (meccanismi e regole di gestione) che affliggono le istituzioni politiche ed economiche dell’Europa e dei paesi membri. Parliamo di un piccolo paese che ha cercato la strada facile per arricchirsi convertendosi in un paradiso fiscale, attirando una quantità smisurata (otto volte il prodotto interno lordo annuo del paese!) di depositi nelle sue banche con la promessa di buoni rendimenti, niente tasse o domande indiscrete sull’origine di quei soldi. Tutti soldi impiegati in investimenti (in Russia, paese da cui proviene la maggior parte dei depositi), crediti e mutui facili (con conseguente bolla immobiliare), acquisti di titoli, in particolare di debito pubblico greco. Tassi di interesse più alti di altri di solito indicano un rischio più alto (il famoso spread): e infatti con il tracollo della Grecia, gli accordi conseguenti hanno praticamente cancellato più della metà del valore del debito pubblico greco. Con le banche cipriote sull’orlo del collasso, Cipro chiede soldi all’Europa per salvare le banche e l’economia del paese. Cosa che innesca un palleggio di responsabilità (o meglio irresponsabilità) dal governo tedesco alla Commissione, da Bruxelles alla Banca centrale, da questa di nuovo al governo di Cipro… La Germania (con gli altri paesi del Nord) che più di tanto non vuole sborsare (i suoi contribuenti/elettori sono stanchi di ‘salvare’ la periferia dell’Europa); le altre istituzioni che dicono a Cipro di arrangiarsi a trovare il resto nelle banche stesse. E così Cipro annuncia che una parte delle perdite colpirà tutti i depositi.

Annuncio che lascia stupefatti tutti gli economisti: in Europa i depositi bancari fino a 100.000 euro sono assicurati dai rispettivi stati, e ora si annuncia tranquillamente che stavolta non vale! A Cipro ovviamente hanno bloccato prima tutti i depositi… Immaginiamo cosa potrebbe succedere in altri paesi dove le banche hanno problemi (vedi Spagna) o potrebbero averne. Al primo rumore (magari infondato) di possibile crisi bancaria, non fidandosi più della assicurazione promessa, tutti correrebbero a ritirare i propri soldi; e proprio questa stessa corsa alle banche (questo bank run) potrebbe farle cadere. Ricordiamo che la maggior parte dei soldi depositati non sta in cassaforte, è finita a finanziare aquisti di immobili, investimenti industriali, pagamenti di stipendi, spesa pubblica di governi etc. – se tutti li rivogliono adesso, la banca non ce li ha, e deve chiudere (come nel film “La vita è una cosa meravigliosa”).

Dire scherzare col fuoco è dire poco. E infatti, dopo un paio di giorni allarmanti di scaricabarile, la minaccia ai depositi assicurati è stata cancellata, mantenendola solo per le quantità superiori.

Quello che mi ha colpito alla fine non è tanto l’ennesima prova dei danni che l’intreccio tra politica miope e banche sregolate può provocare, ma l’assenza di un sistema efficace di governance a livello europeo. Avere regole certe, prevedibili, credibili per guidare le aspettative è un aspetto fondamentale per il buon funzionamento di un’economia. Qualcuno che ne capisce qualcosa a Francoforte e a Bruxelles ci sarà, quindi mi sembra più un problema di vincoli politici a livello di singoli stati e istituzioni che impediscono decisioni più razionali ed efficienti. Le regole o istituzioni esistenti non tengono adeguatamente in conto le esternalità che un paese, il suo governo o le sue banche possono generare sugli altri.

L’unica cosa positiva è che per la prima volta si decide che le banche non devono per forza essere salvate coi soldi dei contribuenti: che una banca possa fallire, che (fatti salvi i depositi assicurati) azionisti e creditori debbano sopportarne il rischio, è (aldilà delle forme specifiche) un principio giusto.

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