Pesach as liberation – Il passaggio della liberazione

Ispirato a un discorso molto ebraico di un maestro zen (Zoketsu Norman Fischer, Pesach as Liberation).  (Continue for English version at the end)

Ognuno di noi vede, pensa, sperimenta il mondo attraverso la lente del linguaggio, della cultura, della società che ci ha formati. Quindi la liberazione non può essere solo una questione individuale. Un mondo intero, non solo il nostro sé, deve essere liberato. Liberato da cosa? Da ciò che rende schiavi, da ciò che genera sofferenza.

Pesach (pasqua): passare oltre. Il passaggio del Mar Rosso (Esodo 14, 10-31).

La gente ha paura, grida: “Che cosa ci hai fatto, portandoci fuori dall’Egitto? Lo dicevamo, lasciaci stare, saremo servi, meglio che morire nel deserto.” Mosè dice: “Non abbiate paura. Siate fermi e vedete, ciò che è eterno vi libererà, agirà (lotterà) per voi: state fermi”. E la voce di ciò che è eterno: “Perché gridate? Andate avanti.”

Solidarietà. Fermezza. Fiducia. Andare avanti, camminare, insieme.                                   Non sta a me o a te cambiare il mondo intero per poter essere a salvo, sicuri. Non ce la faremmo mai. Ma se rimaniamo saldi, fermi, e apriamo gli occhi, vedremo come la vita si prenderà cura di noi (di se stessa). Semplicemente vivere con fiducia, camminare e andare avanti. Fidarsi di ciò che è più di se stessi. Entrare in quel mare oscuro, incerto, sconosciuto, la parte più profonda della vita, dove non c’è separazione tra me, te, e ciò che è eterno. Liberarsi di ciò che uno vuole, di ciò di cui uno crede di aver bisogno. Abbracciare la vita così com’è.

Molti ebrei rimasero in Egitto, e altri non ebrei si unirono a quelli che uscirono. Mosè poteva vivere da egiziano o da ebreo (o non scegliere). Non è la storia di due popoli, ma di uno, della scelta che ognuno ha davanti ogni momento: avanzare alla luce e sotto il peso del nostro ego, della nostra arroganza, aggressività, possessività, affondando come i carri del faraone; o andare avanti con fiducia nell’oscurità, nella profondità, dove saremo liberati da ciò che ci tiene legati – noi stessi.

Avere e sapere molto non è liberazione, non è lo stesso che vivere una vita ricca di senso. Il significato non si può accumulare, dev’essere riscoperto e ripetuto ogni giorno (shema, ascolta…). Per questo la liberazione non è qualcosa che accade una volta e che poi commemoriamo. Per questo la Haggadah, come si legge ogni anno alla cena pasquale ebraica, non dice “questo è successo a loro”; dice “questo succede a noi”.

(English)

Inspired by a Zen teacher’s very Jewish talk (Zoketsu Norman Fischer, Pesach as Liberation).

Any of us sees, thinks or experiences the world through the lens of language, culture, the society that has formed us.  So liberation can’t be just an individual affair. A whole world, not just the self, must be liberated. Liberated from what? From what enslaves, from what generates suffering.

Pesach: pass over. The passage of the Red Sea (Exodus 14, 10-31).

The people are afraid, they cry out: “What have you done to us by bringing us out of Egypt? Didn’t we say to you, leave us alone, we’ll be servants, better that than to die in the desert”. Moses says: “Do not be afraid. Stand firm and you will see, what is eternal will deliver you, will act (fight) for you: be still.” And the voice of what is eternal: “Why cry out? Move on.”

Solidarity. Firmness. Trust. To move on, to walk, together.                                                    It’s not up to you or me to change the whole world so that we can be safe and secure. That will never work. But if we stand fast, still, and open our eyes, we’ll see how life will take care of us (of itself). Simply to live with trust, to walk and go forward. Trusting what is more than yourself. To enter into that unknown, dark, uncertain sea, the most profound part of life, where there is no separation between me, you, and what is eternal. Liberated from what one wants, what one thinks one needs. To embrace life as it is.

Many Jews stayed in Egypt, and others non-Jews joined those who went out. Moses could have lived as an Egyptian or as a Jew (or without choosing). It’s the story not of two peoples but one, of the choice anyone faces every moment:  to go forth in the light and under the weight of our ego, our own arrogance, aggressiveness, possessiveness, sinking like the Pharaoh’s chariots; or to go forward with trust into the dark, into the deep, where we will be liberated from that thing we are bound by – ourselves.

Having a lot and knowing a lot is not liberation, it’s not the same as living a meaningful life. Meaning isn’t something that can be stored up, it has to be rediscovered and repeated every day (shema, hear…). This is why liberation isn’t something that happens once and then we commemorate.  This is why the Haggadah, as it is read every year at the Jewish Passover Seder, doesn’t say “this happened to them”; it says “this is happening to us”.

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